Il Baccanale
A Imola, una rassegna dedicata alla cultura del cibo, ogni anno... da quarant’anni: un evento autunnale tra i più attesi, non solo per la città ma per tutto il circondario imolese.
Il tema
Ogni anno propone un tema diverso e un programma sempre nuovo di incontri, mostre, spettacoli, degustazioni, mostre mercato e, ovviamente, menu a tema.
Il cibo al Baccanale diventa di volta in volta oggetto di percorsi culturali, filo conduttore di percorsi enogastronomici, promotore di iniziative che valorizzano i prodotti tipici del territorio.
Un percorso trasversale, tra cultura ed enogastronomia, promozione e conoscenza delle tradizioni popolari, valorizzazione delle attività produttive e della ricettività del territorio, che coinvolge ogni anno oltre ai servizi comunali, enti, associazioni, aziende e consorzi.
E oltre ai tanti eventi... i menu a tema proposti da ristoranti e agriturismi dei dieci comuni del Circondario Imolese.
Il Baccanale 2026 "Incontri. La cucina italiana senza confini"
Condividere il cibo, mettersi a tavola insieme, scambiarsi ricette: sono gesti comuni, quasi automatici, cherivelano la natura sociale e cooperativa del cucinare e del mangiare. Il Baccanale 2026, dal 24 ottobre al 15novembre riparte da qui, da un'idea semplice: ogni piatto è fatto di incontri.
Il titolo di quest'anno, "Incontri. La cucina italiana senza confini", nasce dalla volontà di valorizzare l'iscrizionedella cucina italiana nella Lista del Patrimonio culturale immateriale dell'Unesco. Per noi questo traguardo, aldi là del dato formale, testimonia che la nostra cucina è davvero "senza confini": frutto di influenze diverse edi scambi di saperi e abitudini che, mescolandosi, hanno creato qualcosa di identitario. Come ci ricorda ilnostro concittadino, il prof. Massimo Montanari - che ringraziamo per l'importante lavoro scientifico svolto perla candidatura Unesco - la cucina italiana è patrimonio dell'umanità in due sensi: perché nasce da unoscambio costante con culture, popoli e tradizioni diverse, e perché è un bene collettivo che appartiene a tutti,a prescindere dalla nazionalità di chi la pratica e dalle materie prime che usa.
L'assenza di confini non è dunque mancanza di identità, ma la prova che la nostra identità è proprio il fruttodi scambio, inclusione e influenza. La cucina mediterranea e italiana devono molto a prodotti arrivati da fuori,prima dal Medio Oriente e poi dall'America.
La cucina italiana non è statica: è viva, in continua evoluzione, e nell'evolversi rende omaggio alle proprieradici. Per questo è difficile definirla e "ingabbiarla" in confini che ha sempre cercato di superare. Le frontierealimentari sono molto più mobili di altre, perché cibi e bevande viaggiano attraverso cuochi, agronomi,commercianti, scrittori e buongustai. Per questo non esiste una sola declinazione della cucina italiana, matante, diverse per territori, produzioni e tipicità. Difenderne le radici non significa chiudersi, ma custodire unabuona cucina tradizionale restando aperti, riconoscendo nel cibo un luogo di accoglienza e socialità.
Imola incarna bene questo spirito. Terra di confine, "trattino" che unisce l'Emilia e la Romagna, è una cittàche si è aperta alle influenze esterne, accogliendo tradizioni gastronomiche, e non solo, provenienti da tuttaItalia, che oggi ne costituiscono la ricchezza. I piatti dei nostri ristoranti sono il frutto di questa assenza diconfini. A raccontarci questa ricchezza saranno i 36 ristoranti dei dieci comuni del Circondario imoleseche hanno aderito al Baccanale. Ognuno ci accompagnerà alla scoperta della propria declinazione, unica esingolare, della cucina italiana, diversa perché diverse sono le esperienze, i vissuti, le contaminazioni e gliincontri che ciascuno cuoco porta con sè e, quindi, nel proprio menu.
Questo incontro tra le mani dei cuochi e i prodotti è ben illustrato da Gianluca Folì, l'artista che abbiamoscelto per la locandina di un festival che, dopo quarant'anni, sa ancora appassionarci e coinvolgerci conincontri, mostre, spettacoli, degustazioni, laboratori, show-cooking e appuntamenti per i più piccoli. A questisi aggiungono il Baccanale in Boutique, che porta la cultura del cibo nei negozi del centro storico, e itradizionali appuntamenti con il territorio, dai mercati al Banco d'Assaggio dei Vini dell'Imolese.
Ringrazio ristoratori, associazioni, istituzioni, sponsor e dipendenti comunali, con cui abbiamo costruitoquesta edizione. A tutte e a tutti rivolgo un invito che la saggezza popolare formula così: prima di trovare ilcibo, bisogna incontrare un amico con cui mangiare.
Buon Baccanale!
Giacomo Gambi
Assessore alla Cultura, Giovani e Legalità
La cultura non ama i confini
La cucina italiana, che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, è un bene universale – dell’umanità, appunto – che non appartiene all’Italia intesa come entità politica, delimitata da confini che, come tutti i confini, definiscono un dentro e un fuori. Se questo Baccanale si ispira agli incontri e non ai confini è appunto per riprendere l’idea che è alla base del riconoscimento Unesco, basato su un dossier presentato dal governo italiano. Il governo quindi lo Stato, e qui l’equivoco potrebbe confondere, facendo credere che quella riconosciuta dall’Unesco sia la cucina dell’Italia. Ma l’Italia è una realtà politica, la cucina italiana è una realtà culturale, e la cultura non sempre va a braccetto con la politica. Soprattutto se si parla di confini. La cultura non li ama, i confini. Tende a travalicarli, accerchiarli, ignorarli. E poiché la cucina è cultura, i confini non possono entrarci.
Tante culture si sono incrociate all’interno dello spazio che oggi chiamiamo Italia ma che è stato, per secoli, suddiviso in entità politiche anche conflittuali, in ogni caso diverse: questo non ha impedito gli scambi, la condivisione di saperi, esperienze, prodotti, ricette, di un “gusto” che non gli storici d’oggi, ma i protagonisti di quelle vicende hanno sentito e definito “italiano”, anche quando l’Italia non esisteva. L’italianità precede l’Italia, e anche oggi in gran parte ne prescinde, sia in entrata sia in uscita.
Ne prescinde in entrata, perché la cucina italiana si è arricchita di tanti contenuti venuti da altrove. Gli Arabi nel Medioevo portarono il carciofo, la melanzana, le arance, gli spinaci, il riso, la canna da zucchero, e poi la pratica della pasta secca di formato lungo, da loro appresa dai persiani. Da altre culture, dunque, viene la tradizione di un oggetto gastronomico come gli spaghetti, così tipicamente identitario della tradizione italiana e che tuttavia non è di “origine” italiana. Di adozione però sì: dal Medioevo in poi, sono stati gli italiani a sviluppare quella tradizione. Domanda: è più importante il luogo in cui qualcosa nasce, o quello in cui cresce e mette frutto? Stessa domanda (e stessa risposta, che considero ovvia) torna per tanti prodotti di origine americana che dal Cinquecento in poi hanno arricchito il patrimonio gastronomico degli italiani. Cosa sarebbe la nostra cucina senza il pomodoro, il peperone, le zucchine, il mais, le patate?
Se gli scambi “in entrata” hanno arricchito la cucina italiana, essa stessa ha poi arricchito il mondo esportando pratiche, prodotti, gusti. La cucina italiana è oggi la più presente e la più richiesta nel mondo e questo non accade a caso, ma grazie alla sua straordinaria capacità di incrociarsi, di innestarsi su culture diverse. Nel Cinquecento furono alcuni grandi cuochi a servizio di principi e signori a diffondere in Europa un gusto nuovo per le verdure: fin dal Medioevo quel gusto aveva caratterizzato la cucina italiana ed era un fatto singolare, anzi anomalo, in un mondo in cui i potenti amavano rappresentarsi come mangiatori di carne. La differenza stava nel fatto che l’alta cucina italiana sapeva mettere a frutto un modello alimentare, quello contadino, largamente basato sulle risorse vegetali (altro genere di “incontro”, stavolta di tipo sociale, che da secoli è tipico della cultura italiana). In tempi più vicini a noi, il triste fenomeno dell’emigrazione (stavolta non di signori e grandi cuochi, ma di povera gente costretta a lasciare il paese in cerca di fortuna) portò in giro per il mondo la tradizione della pasta, del sugo di pomodoro, di tante preparazioni a base di verdure (ancora…).
La cucina italiana accoglie e dà, ritiene e rilascia, come una spugna. Per questo è veramente universale. Lo scambio, l’incontro – non il confine – è la sua cifra distintiva.
Massimo Montanari
Università di Bologna
